di FRANCO BABICH su Il Piccolo del 5 maggio 2010
Trasmissioni televisive, convegni, tavole rotonde e pellegrinaggi a Kumrovec e Belgrado, luoghi in cui e' nato e dove si trova la sua ultima dimora: nel trentesimo anniversario della morte, avvenuta il 4 maggio del 1980, tutte le repubbliche dell'ex Jugoslavia hanno ricordato Josip Broz Tito, il padre della Federazione jugoslava socialista. Da Lubiana a Skopje, da Zagabria a Sarajevo, da Belgrado a Podgorica, Tito continua ancora oggi a scatenare sentimenti contrastanti, di venerazione tra coloro che lo identificano col relativo benessere e la giustizia sociale dell'ex Jugoslavia, di odio tra quanti sono stati direttamente o indirettamente vittime del suo regime, ben più morbido rispetto a quello dell'allora Unione sovietica – con la quale Tito aveva rotto nel 1948 – ma sempre un regime dittatoriale, con i suoi inquisitori, i suoi dissidenti, i condannati senza processo, le foibe…
La Jugoslavia si è dissolta in un bagno di sangue solo dieci anni dopo la sua morte, ma la «jugonostalgia» si avverte ancora, come se le guerra e gli scontri etnici dei primi anni Novanta del secolo scorso non avessero origine proprio nell'insuccesso del progetto jugoslavo di Tito. Il prefisso «jugo» (radice slava per sud) continua ad andare per la maggiore. Solo da poco, a fine marzo, ha smesso di funzionare il dominio internet.yu, ma al contempo sono ancora decine le società e le imprese – soprattutto in Serbia – che mantengono il prefisso tanto amato: Jugoservis, Jugostil, Jugostroj.
A Belgrado c’è ancora l'hotel Jugoslavija, il teatro Jugoslovensko Dramsko Pozoriste, su Facebook si contano oltre mille persone di nome Jugoslav. E oltre alla nostalgia per la «Jugo», dove ancora oggi i vecchi triestini dicono di andare per fare un pieno di benzina o comprare una buona bistecca, resiste la nostalgia per Tito. La Casa dei fiori a Belgrado, dove si trova la sua tomba, è stata visitata finora da 20 milioni di persone – 73mila nel 2009 – e tutti gli anni vi viene portata la «staffetta».
Era il simbolo che faceva il giro del Paese prima di essergli consegnato dai giovani jugoslavi nella data del suo compleanno, il 25 maggio, oggi è una tradizione portata avanti da sparuti ma tenaci gruppi di bikers, provenienti da tutte le parti dell'ex Jugoslavia. «La nostalgia per Tito è in continua crescita – spiega Josip Broz, nipote del defunto leader jugoslavo – a causa delle difficili condizioni di vita non solo in Serbia ma anche nel resto dell'ex Federativa». Figlio di Zarko, il figlio maggiore di Tito, Joshka, 63 anni, sta raccogliendo le 10mila firme necessarie alla registrazione del nuovo Partito comunista. «Gli obiettivi del nostro programma – spiega – sono la giustizia sociale, la dignità e pari opportunità per tutti, la ripresa della nostra economia». Anche in Slovenia, l'unica della repubbliche ex jugoslave che oggi fanno parte dell'Unione europea, l'anniversario della morte di Tito fa discutere.
E i toni sono sempre accesi. E' di poche settimane fa la notizia che il Consiglio comunale della capitale Lubiana ha intitolato una via al defunto maresciallo. Hanno reagito i giovani di un partito extraparlamentare, Nova Slovenija, che si sono rivolti alla Corte costituzionale. Tito, sostengono, è sinonimo della violazione delle libertà e dei diritti umani, e non si merita una via nella capitale slovena. Se la Corte dovesse dargli ragione, chiedono che il nome di Tito venga rimosso da tutte le città della Slovenia.
I capodistriani seguono con curiosità l'iniziativa: anche nella loro città c’è una piazza Tito. Finora, però, non l'ha toccata nessuno. Liberatore e giustiziere, statista di levatura internazionale ma anche feroce repressore delle tendenze libertarie, uomo dal carisma indiscutibile – al cui funerale parteciparono oltre cento capi di stato e di governo – Tito e la sua epoca continuano a essere un punto di riferimento nell’immaginario collettivo delle genti dell'ex Jugoslavia. Un passato ingombrante dal quale non ci si riesce, e forse nemmeno ci si vuole liberare. Forse anche perché Tito e la sua epoca possono sempre servire da alibi per non assumersi le responsabilità per il presente e per il futuro.