Fous de Balanceta, una foiba friulana

Volano i grifoni sulla Foos de Balancet, o Fous de Balanceta. I ragazzi di oggi dal vicino Col Manzon si lanciano col parapendio. Sono giovani europei i parapendisti italiani, sloveni, austriaci, ai quali piace il panorama vicino al Monte Ciaurlec, o presso la Casera Tamer. Nel 1944 la Fous diventa una foiba dove scaricare i cadaveri di sommarie esecuzioni partigiane. Una foiba in provincia di Pordenone? Possibile? Proprio così. Si trova a Travesio (PN). Per gli speleologi si tratta di un fenomeno carsico delle Prealpi Carniche. È una voragine di 82 metri a 765 metri di altitudine dove, nel 1944, i partigiani comunisti filo-titini hanno ucciso e gettato nel buco undici persone, invece la prima vittima l’hanno seppellita lì vicino. Pochi conoscono la Fous de Balanceta (pronuncia: Fòus de Balancèta). È una tragedia dimenticata dai libri di storia che genera polemiche ancor oggi, persino con vacui tentativi di alleggerire le colpe dei partigiani infoibatori. Nota: la provincia di Pordenone è stata istituita nel 1968, scorporando i comuni del Friuli Occidentale da quella di Udine.

Il primo scomparso e sepolto – Nel mese di agosto 1944 a Travesio scompare Vinicio Bressanutti, di Trieste, dell’età di anni 17, appassionato dello sport della montagna, come scrisse Lea Mencor, giornalista triestina, sulla rivista «Crimen» (Mencor : 1949). Il povero ragazzo per sottrarsi all’imminente arruolamento indetto dai tedeschi, aveva ritenuto opportuno allontanarsi da casa e si era recato presso una famiglia di amici a Travesio. Quivi, attratto dalla sua passione sportiva, intraprese una gita verso le falde del Monte Tamer, dal quale non fece più ritorno. [Deve trattarsi della Casera Tamer, sul Monte Ciaurlec, anziché del “Monte Tamer”, che è nel vicino Veneto, NdR].

La povera madre, Lucia Bressanutti, che non si era risparmiata pericoli e fatiche alla ricerca dell’adorato figliuolo, trovò finalmente aiuto e conforto in don Basilio Miniutti (1898-1962), Arciprete di Travesio [era: Vicario foraneo; vedi pure: “Per un Harmoniun ai chierici”]. Il buon sacerdote, al quale si deve se il paese non fu distrutto per rappresaglia dai tedeschi, era riuscito ad individuare in alta montagna, il punto in cui era stato sepolto il povero Vinicio, che sorpreso da sedicenti partigiani era stato ucciso in montagna, nonostante il viso imberbe ed i calzoni corti mostrassero con evidenza la sua giovane età. Nel gennaio 1946 la madre di Vinicio, su consiglio dell’allora Preside della Provincia di Trieste, dottor Gino Palutan, si rivolgeva implorante all’Ispettore Umberto De Giorgi, dirigente del reparto Scientifico della Polizia Civile della Venezia Giulia. (“Degiorgi”, secondo la grafia di Lea Mencor – “De Giorgi” secondo l’Archivio di Stato di Trieste).

La desolata madre disse all’Ispettore De Giorgi che il dottor Palutan l’aveva favorita in quanto poteva, facendo costruire un feretro entro cui riporre i resti dell’infelice giovane, ma che era necessario si rivolgesse al commissario, il quale aveva già dato prova di tanta abilità nel ricupero di salme nella cosiddetta “campagna della morte” compresa nel triangolo Ronchi-Redipuglia-Aquileia, poiché solo lui avrebbe potuto trovare il modo e i mezzi per il ricupero e il trasporto al cimitero di Trieste dei resti del povero Vinicio.

Il cuore paterno dell’Ispettore, scosso dalle cocenti lacrime che accompagnavano la narrazione della signora Bressanutti, organizzò la spedizione superando non lievi ostacoli. Il paese di Travesio esulava dalla giurisdizione territoriale della Polizia Civile della Venezia Giulia, tuttavia la provincia di Udine era ancora controllata militarmente dalle truppe alleate, cosicché il bravo ispettore riuscì a convincere il suo diretto superiore Capitano inglese Bolt, della opportunità dell’intervento. La mesta spedizione ebbe inizio la sera del 20 febbraio 1946 e fu condotta a termine la sera seguente con il trasporto al cimitero di Trieste dei resti della giovane vittima.

La sera del 21 febbraio 1946, mentre l’Ispettore De Giorgi si trovava nell’Ufficio Parrocchiale di Travesio intento a redigere il verbale di recupero e di identificazione della salma del Bressanutti, due giovani e una donna vestiti a lutto si presentarono a lui, come prosegue il racconto di Lea Mencor. Gli si inginocchiarono davanti, e piangenti implorarono, che li aiutasse a estrarre da un pozzo profondo 85 metri il corpo straziato della loro adorata madre e, rispettivamente, sorella. Erano costoro gli orfani fratelli Agosti, di 17 e 19 anni, figli dei proprietari dell’unico caffè del paese, che accompagnati dalla zia erano accorsi in cerca dell’Ispettore De Giorgi per raccontargli come fossero stati privati di entrambi i genitori. La salma del loro papà era stata ritrovata sepolta presso una stalla, quella della madre era stata gettata nella foiba denominata Fous di Balanceta, il cui orrido si apre sulle falde del monte Tamer [recte: Ciaurlec], a circa 800 metri sul livello del mare, in un punto poco distante da dove erano stati dissepolti i resti di Vinicio Bressanuti.

Ci sono altri 11 corpi nella foiba – L’Ispettore promise di occuparsene e pertanto consigliò don Miniutti di scrivere al Capo della Polizia Civile della Venezia Giulia, il colonnello inglese Thorn, pregandolo di voler dare l’incarico all’Ispettore De Giorgi di procedere, a mezzo dei suoi bravi uomini, al difficile recupero delle salme giacenti in fondo alla foiba. Il colonnello Thorn accordò di buon grado il suo assenso e dopo una meticolosa preparazione ed accurata attrezzatura con mezzi ideati ad hoc, la seconda operazione ebbe luogo il 6 aprile 1947.

La squadra composta da agenti di Polizia, vigili del fuoco e giovani speleologi raggiunse Travesio nel tardo pomeriggio a bordo di due autocarri. Sugli automezzi erano state caricate corde, carrucole, scale, argani, travicelli, lampade a carburo ed elettriche, maschere anti gas, auto-protettori ad ossigeno, oggetti di pronto soccorso, viveri di conforto, nonché 12 bare grezze che tanti apparvero i corpi umani da recuperare in seguito ad una opportuna esplorazione nel fondo dell’abisso.

La desolata famiglia Agosti si prodigò nel fornire alloggio e vitto per la squadra, mentre l’Ispettore preso contatto con don Miniutti provvide a far trasbordare su due slitte a trazione bovina gli attrezzi e le bare. Prima dell’alba del giorno 7 aprile 1947, guidata dal buon pievano ed alla luce smorta delle stelle, la mesta carovana iniziava la salita avente per meta le falde del monte Tamer [Ciaurlec]; i congiunti delle vittime portavano seco delle lenzuola di bucato: i mesti sudari per riporvi pietosamente i resti dei loro cari. Così continua il resoconto di Lea Mencor.

Dopo due ore e mezza di faticose salite si giunge sul dorso di un cordone roccioso ove 50 metri a valle di una bicocca diroccata si ergeva una rozza croce. Un’ora occorse per sistemare le opere di sollevamento, indi vennero gettate tre rampate di scale di corda da 30 metri ognuna e discesero in cordata, ammainata a mano, i primi due uomini che rassicurati dalle non cattive condizioni di respirazione, a mezzo della resistenza della fiamma di una candela, si fecero calare i sacchi confezionati su modello ideato dall’Ispettore, onde poter estratte i corpi attraverso la stretta imboccatura del pozzo. Sette ore durò l’estenuante lavoro, durante il quale furono ricuperati 11 cadaveri fra cui 5 donne, oltre a quelli del messo comunale di Travesio, del commerciante di Meduno signor Giordani, del custode della vecchia polveriera, di un militare italiano e uno tedesco.

Man mano che i cadaveri venivano estratti l’ispettore procedeva all’esame dei resti, ormai allo stato saponoso e basandosi sui dati forniti dai parenti circa gl’indumenti le caratteristiche ed anomalie della dentatura, il colore e l’acconciatura dei capelli, riuscì ad identificare le 11 vittime.

Composte le bare e ricaricate le slitte il macabro corteo ridiscese verso Travesio ove giunse al crepuscolo. Intanto mani pietose avevano addobbato a lutto la piccola chiesuola di San Giuseppe e poiché la notizia del ricupero era volata per il paese, al loro giungere, da presso la canonica e fino alla porta della Chiesa, la strada era fiancheggiata dai bambini del paese che avevano fra le mani fiori campestri.

Il giorno seguente ebbero luogo i funerali in forma solenne, ai quali partecipò l’intera popolazione del paese con scolaresca, bandiere e musica, officiante il buon vecchio arciprete.

Fu da tale riuscitissimo servizio che l’Ispettore De Giorgi trasse la convinzione di potersi mettere in grado di recuperare numerosissimi cadaveri di italiani giacenti nel fondo delle foibe del Carso ed ideò per la bisogna, una speciale gru volante che fece applicare sull’avantreno di un autocarro leggero munito di argano e verricello e perfezionò i sacchi in modo da rendere più sollecito il ricupero delle salme.

La notizia del ricupero delle salme di Travesio fece germogliare nel cuore di tante mamme triestine e giuliane la speranza di poter riavere i resti dei lori figli infoibati. Così accadde nella foiba di Gropada [TS], o nella fossa comune di Sella di Montesanto, a Gorizia, concluse Lea Mencor, nonostante i servizi segreti angloamericani tendessero a frenare tutte quelle esumazioni.

Si ricorda che il Reparto di Polizia scientifica di Trieste era sito nei locali di via Revoltella n. 37, presso la Caserma “Beleno”, secondo i dati dell’Archivio di Stato di Trieste (ASTr). L’ispettore De Giorgi fu tra i fondatori della Polizia scientifica a Trieste, all’interno della Polizia Civile della Venezia Giulia, sotto il controllo dell’Allied Military Government (AMG) – Governo militare alleato.

Nel 1944, secondo certi cronisti in Friuli, su ordine dei maggiori delle Waffen SS Nielman e Schlieben, un ragazzo di 19 anni, Primo Zanetti, fu impiccato alla porta occidentale di Spilimbergo. Giovanni Missana, di 15 anni, venne invece impiccato ad un lampione di Valeriano (PN). Oltre alle limitazioni delle libertà, alle violenze quotidiane, alle fucilazioni ed alle deportazioni, erano efferatezze simili a queste che spinsero i partigiani a “prelevare” coloro i quali erano ritenuti essere spie dei tedeschi e a farli fuori senza processo alcuno nella Fous di Balanceta, o in certe fosse comuni.

Come è scritto su «Un Sfuei par Travês» del 2022, furono 38 le persone sparite in quei mesi da Travesio, Castelnovo del Friuli e dintorni, delle quali 31 ritrovate cadaveri nei boschi. In molti casi vittime della lotta partigiana, in alcuni casi vittime di faide familiari o di assassini finalizzati unicamente a vantaggi privati. Un brutto ambiente, insomma.

Una fonte orale – La signora Gemma Agosti, nata nel 1952, ha raccontato che “non ci sono solo le foibe istriane, ma anche in altri posti, come a Travesio, oggi in provincia di Pordenone”. La voragine cui ha accennato la Agosti è chiamata Fous di Balanceta, dalla quale, nel 1946, furono recuperati dalle autorità undici cadaveri, tra i quali cinque donne e un minorenne. L’esercente Luigi Agosti, nonno della signora Gemma, fu sequestrato dai partigiani, che lo uccisero assieme a Mattia Del Frari a gennaio del 1944, seppellendoli sotto un filo d’erba. Anche la moglie di Luigi Agosti fu rapita dai partigiani. Si chiamava Cozzi Gemma Agosti, classe 1904. Fu violentata e infoibata nell’estate 1944 nel Fous di Balanceta, l’inghiottitoio presente sul Monte Ciaurlec. Gli stupri femminili, prima di scaraventare i corpi nella foiba, vengono segnalati da più fonti.

Una conferma sulle atrocità perpetrate dai partigiani filo-titini viene da un testimone citato dal «Gazzettino» nel 2016, in lingua friulana, che qui si traduce. “E quando avete preso la signora? C’eri anche tu?”. “Ma, sicuro – rispose l’interrogato – eravamo io e…”. “E come è andata?”. “L’abbiamo portata su in Turiè [denominazione locale del monte Cjaurlec, NdR] e buttata nella Fóus di Balanceta”. “Buttata viva?”. “Ma, sicuro, è rimasta appesa con la gonna ad uno spuntone di roccia”. “E poi dopo?”. “Lei ha… pigolato per tre giorni e poi non si è sentito più nulla”.

Elenco delle 12 vittime – 1) Vinicio Bressanutti, di Trieste, dell’età di anni 17, ucciso dai partigiani e seppellito sul Monte Ciaurlec, esumato il 20 febbraio 1946. Nella Fous de Balanceta, il 7 aprile 1947, vengono estratti i resti umani delle seguenti persone: 2) Aleggi Bruno, anni 29, di Udine, residente a Fiume Veneto (PN), ucciso nel giugno 1944. 3) Bertoli Umberto, anni 36, di Mereto di Tomba (UD), residente a Travesio, eliminato nel settembre 1944. 4) Bonnet Giovanna, anni 24, residente a Travesio, infoibata nel novembre 1944. 5) Cozzi Agosti Gemma, anni 40, Travesio, agosto 1944. 6) Del Frari Luigia, anni 23, Castelnovo del Friuli, giugno 1944. 7) Giordani Giacomo, anni 34, Meduno (PN), agosto 1944. 8) Mongiat Ceconi Antonietta, anni 39, Castelnovo del Friuli, settembre 1944. 9) Sandri Ortensia, anni 48, Travesio, agosto 1944. 10) Serra Lucia, anni 46, Travesio, agosto 1944. 11) Un soldato italiano. 12) Un soldato tedesco.

Salvate dal prete due ragazze di Ragogna – Si sono salvate, invece, dall’eccidio partigiano due ragazze di Villuzza di Ragogna (UD), non lontano da Spilimbergo e Travesio. Erano Dina e Adriana Sabadello, di 20 e 18 anni, interpreti al Comando tedesco della Organizzazione Todt di Ragogna. Cresciute in Germania, secondo la cronaca di Sergio De Cecco, citato da Lorenzo Cozianin, operarono, nella loro veste di traduttrici, con equilibrio “risparmiando molte sofferenze alla popolazione” (Cozianin : 2021 : 249).

Dina Sabadello, inoltre, passava informazioni ai partigiani con la testa a posto [quelli moderati, NdR]. Certi esaltati filo-titini volevano, invece, prelevarla ed eliminarla, poiché forse faceva il doppio gioco. In quel periodo, non trovando il soggetto da prelevare, i bulli rossi portavano via un parente. “Un giorno, infatti, i partigiani rossi fecero irruzione nella canonica di Travesio, dove Dina aveva trovato alloggio, con l’intento di prelevarla. Don Miniutti si mise davanti a lei, facendole scudo con il proprio corpo”. Così si fermarono i bulli partigiani “il cui solo movente era la fifa” (Idem).

Tra la fine di aprile e il 1° maggio 1945 il Friuli e la Venezia Giulia sono liberati dai nazifascisti con l’arrivo degli Alleati dal Veneto e di vari gruppi partigiani. Purtroppo a Pola, Trieste, Gorizia, Monfalcone e Muggia c’è l’occupazione delle truppe titine per 40 giorni con le violenze conseguenti contro gli italiani, anche quelli anticomunisti del CLN. Miliziani titini occuparono pure Cividale del Friuli e Gemona. Don Pietro Londero, detto Pieri Piçul, ha descritto l’invasione dei titini a Gemona, appoggiati dai partigiani rossi. “Dopo dai nestris a’ son rivâz ancje i Titins… a ocupâ la fabriche. (…) lör a’ intindevin di deventâ parons de nestre tiere…” (Dopo dei nostri [partigiani] sono arrivati anche i Titini… a occupare la fabbrica. (…) loro intendevano diventare padroni della nostra terra). Queste parole sono state pubblicate da don Pietro Londero (1913-1986) nel 1970 sul mensile «Int Furlane» (“Gente friulana”), poi raccolte in un volume postumo dal Comune di Gemona del Friuli (Pičul : 1999 : 68).

Perché il toponimo Fous de Balanceta? – In lingua friulana fous, o foos, significa “forra”, secondo il vocabolario Pirona. Tra le montagne della Carnia è usato anche: fueas. Oppure: foran. Con la parola belance, o balance, si intende la: “bilancia”. Si dice che un tizio abitante a Toppo, frazione di Travesio, fosse gravato dai debiti e incapace di tenere bene il bilancio, perciò soprannominato Balanceta (Piccola Bilancia). Quel tale allora decise di metter fine ai suoi tormenti gettandosi nell’abisso del Monte Ciaurlec, come si legge nel sito web www.curaticonstile.it/. Dopo lunghe ricerche, i compaesani trovarono la lettera in cui egli aveva manifestato il suicidio, quindi cercarono un ardimentoso disposto a scendere nel pozzo per recuperare la salma. All’appello rispose un anziano spazzacamino che, calatosi nella voragine, trovò il corpo dello sventurato e lo fece risalire alla superficie. Sia il recupero del cadavere che, successivamente, quello dello spazzacamino furono però lunghi e difficoltosi e così questi, sottoposto a tali fatiche e inusitate emozioni, sopravvisse ancora solo pochi mesi, con la mente sconvolta per la tremenda avventura. Da quel fatto la gola prese il nome di: Fous de Balanceta.

Monumento alle Vittime delle foibe in Spilimbergo – Dal 10 febbraio 2019 c’è un Cippo in Memoria alle Vittime delle Foibe e degli Esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, nell’area verde di via Carnia, in Spilimbergo (PN). Il giorno 8 febbraio 2020 è stata benedetta ed inaugurata una targa alla Memoria delle Vittime della Foiba “Fous di Balanceta”, che si trova sul Monte Ciaurlec in Comune di Travesio.

Fous de Balanceta – Le 11 bare coi resti esumati a Travesio il 7 aprile 1947. Fotografia tratta da: «Crimen», Settimanale di Criminologia e Polizia scientifica, n. 4, anno V, 25 gennaio-1° febbraio 1949.

Fonte orale – Gemma Agosti, 1952, int. del 9.2.2023 a Pagnacco (UD) a cura di Elio Varutti.

Bibliografia e cenni di sitologia

– Giovanni Battista Corgnali, Ercole Carletti, Giulio Andrea Pirona, Il nuovo Pirona: vocabolario friulano (I edizione: 1935),Udine, Società filologica friulana, II edizione, II ristampa, 2001.

– Lorenzo Cozianin (a cura di), Ragogna tra le due guerre. La storia e la memoria, [s.e., s.l., ma: Ragogna], 2021.

– Umberto De Giorgi, “Testo del discorso pronunciato il giorno 31.12.1948 dall’ispettore capo U. De Giorgi in occasione dell’inaugurazione del reparto di Polizia scientifica”, ASTr, Prefettura di Trieste, 2 gennaio 1949, dattiloscr.

– “La foiba dentro il Ciaurlec una barbarie ancora segreta”, «Il Gazzettino», Cronaca di Pordenone, 22 Maggio 2016.

– Ciro Antonio Francescutto, La foiba di Balancete e le casere a Nord di Travesio. Sito web consultato il 28.3.2023.

– “Per un Harmoniun ai chierici”, «Rassegna Ecclesiastica Concordiese», XI, n. 3-4, marzo- aprile 1923.

– Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Caduti , dispersi e vittime civili dei comuni della regione Friuli – Venezia Giulia nella seconda guerra mondiale, Udine, Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, 1987.

– Pieri Pičul [i.e.: don Pietro Londero], I Cosacs in Friûl. Ricuarz personai di Pieri Pičul [I Cosacchi in Friuli. Ricordi personali di Pietro Piccolo], Comun di Glemone (UD), 1999.

– Gruppo Speleologico di Pradis, Tra rocce, fauna e storia. Attività e ricerche del Gruppo Speleologico Pradis 2006/2011, Clauzetto (PN), 2012.

– Lea Mencor, “Foibe e infoibati”, «Crimen», Settimanale di Criminologia e Polizia scientifica, n. 4, anno V, 25 gennaio-1° febbraio 1949.

– “Monumento ai caduti delle foibe”, «Un Sfuei par Travês», n. 4, 2022, p. 2.

– Elio Varutti, Titini a Cividale, Gemona, Resia e Venzone, in provincia di Udine, nel 1945, on line dal 26 dicembre 2021 su evarutti.wixsite.com/

Progetto e attività di ricerca di: Elio Varutti, Coordinatore del gruppo di lavoro storico-scientifico dell’ANVGD di Udine. Networking di Girolamo Jacobson e E. Varutti. Lettori: Bruno Bonetti, Annamaria Vucusa, Sergio Satti, Giorgio Gorlato (ANVGD di Udine) e i professori Ezio Cragnolini e Enrico Modotti. Adesioni al progetto: ANVGD di Arezzo e Centro studi, ricerca e documentazione sull’esodo giuliano dalmata, Udine. Copertina: Travesio, don Basilio Miniutti benedice i resti recuperati di Vinicio Bressanutti sul Monte Ciaurlec, 1946. Fotografia tratta da: «Crimen», Settimanale di Criminologia e Polizia scientifica, n. 4, anno V, 25 gennaio-1° febbraio 1949.

Ringraziamenti – Oltre agli operatori e alla direzione degli Archivi e dei Gruppi speleologici citati, l’autore è riconoscente a Giuseppe Malfattore, per aver concesso gentilmente, il 30 marzo 2023, la pubblicazione e diffusione delle sue fotografie nel presente blog. Grazie all’architetto Franco Pischiutti (ANVGD di Udine) per i suggerimenti bibliografici.

Ricerche presso l’archivio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia Dalmazia (ANVGD), Comitato Provinciale di Udine, che ha la sua in via Aquileia, 29 – primo piano, c/o ACLI. 33100 Udine. – orario: da lunedì a venerdì ore 9,30-12,30. Presidente dell’ANVGD di Udine è Bruna Zuccolin. Vicepresidente: Bruno Bonetti. Segretaria: Barbara Rossi. Sito web: https://anvgdud.it/

Fonte: Elio Varutti – 02/04/2023

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