Il recupero dell’asino istriano

Orsera si sta aprendo alla stagione turistica. In riva abbiamo incontrato il connazionale Mario Gasparini. Ed è da qui che è iniziato il nostro cammino verso la sua campagna. “Sono in pensione e passo il tempo occupandomi dell’agricoltura. Trascorro le mie giornate occupandomi dei miei ulivi e delle mie viti, coltivo le mie verdure”.

La campagna

Mario ci ha portato nella sua vigna, e vi abbiamo colto l’occasione per ricordare le uve d’una volta: “Quelle più diffuse erano la Malvasia, il Borgogna e il Terrano. C’erano poi la Pagadebita o Empibotte, un tipo d’uva molto acquosa, che dava dunque quantità, ma di scarsa gradazione. Non aveva gli zuccheri ottimali per ottenere un buon alcol o un buon vino. Il vino di quell’uva resisteva fino a gennaio o febbraio, ma dopo diventava più debole. Poi c’era l’uva tintoria che veniva mescolata con gli altri vini e serviva per colorarli, particolarmente per i vini ottenuti dalle uve rossicce di poco colore. In pratica, la tintoria la si lavorava a parte e il vino ottenuto lo si mescolava con l’altro vino. Se si aggiungeva per esempio 50 litri di vino di tintoria ai 5 ettolitri d’altro vino, fuoriusciva un liquido particolare dal colore più intenso”.

Stiamo parlando di un tempo in cui c’era più allegria nelle campagne, si socializzava e si cantava?
“Sì, e non solo in campagna, ma anche durante gli altri lavori e dopo gli impegni, a casa, nelle strade. Col canto c’era allegria e spariva la stanchezza. Era tutto più naturale, a partire dai prodotti della campagna”.

Foto: Denis Visintini [La Voce del Popolo]
Non solo latte e carne

Suo figlio Andrea coltiva la passione per i cavalli e gli asini ed è impegnato nel recupero degli asini istriani: “Mi sto occupando da tempo di questo recupero, visto che ce ne sono pochissimi. La situazione dell’asino è specifica, quest’animale è presente in Istria fin dai tempi precedenti la venuta dei Romani. C’erano in Istria tre tipi di asini: il piccolo, il medio e il grande. È comparso verso la fine dell’Ottocento l’asino selvaggio americano, di colorazione rossa. Si tratta di un caso specifico: di tutti gli asini di colore rosso che abbiamo in Europa non risulta ne sia rimasta traccia, salvo forse qualche pigmentazione in Sardegna. Anche qua da noi ne sono pochi e sarebbe bello farne un ceppo”.

C’erano anche altri tipi di asini?

“Certo. C’erano l’asino normale medio e quello padovano. Quest’ultimo è scomparso in Italia, in Istria invece esiste ancora. Vent’anni fa fu costituita l’Associazione degli allevatori di asini istriani e con il professor Ante Ivanković di Zagabria ha indagato il territorio, lavorando con poche persone però. Di conseguenza, hanno tralasciato l’asino padovano e l’asino piccolo bianco, tipico delle zone di Glussici (Gora Glušići), Schitazza (Skitača) e Valmazzinghi (Koromačno), dove, visto il terreno pietroso, usavano l’asino piccolo o quello medio per sommeggiare. Nell’interno dell’Istria la terra era lavorata con manzi e con le vacche. Qui l’asino era importante solo per il trasporto dell’acqua. Si usava a tale scopo l’asino medio. Sulla costa era in uso l’asino grande padovano, utilizzato nel traino dei carretti e nell’aratura.
Lo sviluppo turistico ha comportato l’abbandono dell’uso degli animali e anche l’asino è stato dimenticato. Oggi in Istria non ci sono più di 20 esemplari di ‘mus padovan’ e sarebbe bello recuperarlo. Adesso c’è tutto ‘un misioto’ perché tutto è asino istriano, non è stata fatta la selezione. Oggi abbiamo, o meglio si alleva, l’asino in gran parte per la produzione del latte e un po’ per la carne, escludendo il turismo, le opportunità didattiche, anche per i bambini disabili. L’asino non è solo latte e carne, ma un mondo ben più importante: una ricchezza da mantenere”.

Estrarre il DNA

Non ci rendiamo conto di cosa possiamo fare con l’asino?
“Esatto. Ci sono un paio di persone interessate a fare la selezione dell’asino medio e di quello grande padovano. L’asino grande se lo vende più facilmente, dà più latte, più carne, lo si può cavalcare… L’asino traina i carretti, è utile alla didattica e per molto altro. In tutta la Croazia abbiamo 600 asini registrati come istriani e questo numero comprende soggetti diversi, quello rosso per esempio, di cui, quando è stata fatta la selezione, non è stato considerato il loro pigmento ed è un peccato, visto che si tratta di una genealogia particolare”.

L’AZRRI, Agenzia regionale per lo sviluppo rurale, è intenzionata a estrarre il DNA dell’asino e quando ciò avverrà sarà interessante vederne i risultati per comprendere l’evoluzione di quest’animale in Istria?
“Per la maggior parte, qua c’è stata l’influenza dell’asino romagnolo e di quello di Martina Franca. Quindi, ma non ne sono molto sicuro, dell’asino di Pantelleria e di quello ragusano. Queste sono le quattro specie di asino importate dall’Italia per incrociare le razze. Abbiamo quindi l’influenza dell’asino francese a seguito del dominio napoleonico. Dunque, riassumendo, qui abbiamo le quattro specie di asini italiani, quello francese, l’asino mediterraneo, proveniente forse da Cipro o dalla Grecia, e l’asino giunto dall’America. Ciò è una conferma che siamo di fronte a un vero e proprio miscuglio di asini. Sarebbe bello estrarne il DNA, cosa che ancora non è stata fatta”.

Ne consegue che c’è ancora molta strada da fare per chiarire anche la storia. Andrea Gasparini ha raccolto molta documentazione storica per dare vita a un libro che permetterà l’approfondimento delle conoscenze riguardo all’asino e alla valorizzazione di quest’ultimo, essendo lo stesso animale “una ricchezza e un valore inestimabile”.

Denis Visintin
Fonte: La Voce del Popolo – 19/06/2024

 

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