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Tempi&Cultura – apr.08 – Crociera in Adriatico e incontro con Tommaseo

 di Marina Petronio

 

L’”Airon" è una nave di piccolo tonnellaggio ed ha una sua storia. Fu costruita nel 1965 nei Cantieri Navali "Bro­dogradiliste Uljanic" di Pola ed è stata varata con il nome "Istra".

Era allora, la seconda di una serie di linea costruita per il servizio ebdomadario di Jugolinjia tra Venezia e l'Egitto.

Nel 1969, il battello diventa un naviglio da crociera a Trieste, nel 1991 l'"Istra" viene venduto e rinominato "Astra", sotto bandiera ucraina. Nel 1996 è immatricolato a Panama con il nome di "Astra I"; rilevato da World Cruises Agency per i loro proprietari, Constellation Cruises Holdings nel marzo 1999, l'"Astral" è stato completamente ristrut­turato a Lisbona con un costo di quindici milioni di dollari, prima di essere impiegato da Classical International Cruises nel maggio 2000 con il nuovo nome di "Arion".

Per le sue caratteristiche tecniche, può addentrarsi in spazi di mare interdetti alle grandi navi da crociera, infatti, una delle mete più attraenti del suo itinerario, sono le Bocche di Cattaro, fino all'approdo nell' omonima cittadina.

Se si parte con l'"Airon" da Venezia, la nave fa qualche puntata nelle isole greche, partendo invece da Capodistria, come in questo caso, l'itinerario prevede la costa adriatica fino a Curzola ed al Montenegro. I viaggiatori sono in prevalenza tedeschi e fran­cesi, alcuni americani, il personale è perlopiù portoghese, non ci sono italiani, notoriamente poco inclini a destreggiarsi nelle lingue straniere; durante questo viaggio, un ottimo coro svizzero diletta i passeggeri con le sue prove ed un concerto finale.

Salpando da Capodistria, col tempo buono, si può osservare tutta la costa istriana e i paesi costieri, fino a che la nave prende il mare aperto in direzione di Pola.

Già prima delle sei del mattino seguente, si vede Scoglio Ulivi, alle sette la nave attracca in porto.

Il caldo di piena estate si fa sentire sin dalle prime ore del matti­no, sul ponte esterno i viaggiatori filmano il paesaggio circostante. In lontananza, si vedono in parte, l'Arena e il Duomo.

Notiamo che l'acqua del porto è molto sporca, opaca, a fior d'acqua nuota lentamente un foltissimo nugolo di pesci (cefali) come una nuvola nera a forma di cuneo, non avevo mai visto nien­te del genere.

Dopo l'esercitazione di salvataggio obbligatoria, si scende a ter­ra; conoscendo già Pola, vado a fare una passeggiata con mio marito: la via Sergia, la Porta Aurea, la Porta Gemina, il Museo Ar­cheologico…le solite tappe storiche. C'è in giro disordine e sciatteria, come altre volte ho avuto l'opportunità di notare e come già scrissero nei loro diari viaggiatori stranieri sin dall'Ottocento. En­triamo in Duomo, si paga l'entrata e pure il "pieghevole" illustrativo che in altre chiese del mondo si può prendere gratis.

Siamo entrati a vedere un maestoso edificio che un tempo era sede della K.u.K. Marine di Pola. Attualmente è una sede radio­fonica croata, accoglie una biblioteca di libri moderni e un settore che contiene i libri antichi relativi alla Marina austro-ungarica. A questi ultimi, mi sarebbe piaciuto dare un'occhiata. Chiedo in te­desco, se è possibile; manca l'addetto, bisogna preannunciare, viene saltuariamente…. In breve: no, non è possibile.

Il palazzo al suo interno è magnifico, all'epoca, doveva essere una meraviglia, c'è qualche quadro di tema marinaresco, ma non si riesce a leggerne l'autore. Nel fondo, un'elegante parete a "boi­serie" di legno scuro e la scala che porta al piano di sopra.

C'è molto traffico per le strade di Pola e si vede subito che i parcheggi costituiscono un problema per tutti, polesani e turisti. In cerca di momentaneo refrigerio ci sediamo in un caffè affacciato sulla piana, scoprendo che si trova da bere la "passareta", ricupe­rata dal passato e riproposta in moderne bottigliette.

Si torna sempre volentieri a bordo, a ritemprarsi nell'aria condi­zionata. La nave riprende la sua rotta verso Zara, dove arriveremo la mattina dopo. A Zara, la luce delle pietre bianche illuminate dal sole, è accecante. Qua i colori cambiano: l'acqua del mare è tra­sparente, cristallina, tanto che la gente fa il bagno pure in porto, non lontano dalle navi, il paesaggio è verdeggiante, qualche vela bianca spicca in lontananza. L'impressione è di grande quiete.

Scendiamo a terra sempre con curiosità, anche se conosciamo la città da visite precedenti.

Abbiamo fatto il giro delle chiese: il Duomo di S.Anastasia, con una bella Madonna in ceramica di Della Robbia, S.Simone, nel cui interno si trova la lastra tombale con lo stemma dei Luxardo, la chiesuola della Madonna della Salute, S.Donato, antichissima, sconsacrata ed attualmente utilizzata per concerti e manifestazioni, la Chiesa di S.Francesco, la Chiesa ortodossa intitolata a S.Elia.

Le Chiese sono tutte ben tenute e curate.

Entriamo nello splendido palazzo del Doge Diedo, all'interno c'è una mostra fotografica insignificante, ma vale la pena di osservare l'eleganza interiore, e il grande tavolo di marmo scolpito.

La visita più interessante è al Museo del Convento, dove si trova la mostra permanente degli ori e degli argenti di Zara.

Si tratta di una notevole collezione di reliquiari, immagini, oggetti sacri, quadri, tra i quali sei tavole di Vettor Carpaccio raffiguranti i Santi protettori di Zara, e altri autori italiani. Vi sono inoltre esposti preziosi manufatti, ricami di paramenti, eseguiti dalle monache di clausura secoli addietro.

Le monache sono giustamente rigorose nell'interdire l'ingresso ai turisti troppo sbracati e indecorosi, una suora robusta e alta fino  allo stipite della porta li rimanda indietro a coprirsi o cambiare meta.

Una piacevole sorpresa a Zara, è stata la visita all'ex Arsenale, ora completamente e finemente ristrutturato, nel cui interno sono ospitati un bar, un ristorante, punti di vendita di alcolici e produzioni tipiche.

Siamo per caso capitati in città proprio nel giorno di mercatino dell'antiquariato, collocato all'interno di quello che un tempo era l' ottocentesco ospedale.

Ci infiliamo all'interno di quei muri massicci, l'occhio deve abi­tuarsi alla penombra riposante. Lungo i muri ci sono dei banchi che espongono di tutto: soprammobili, cianfrusaglie, pizzi, quadri, monete, tazzine scompagnate, monili, molte e belle cartoline scrit­te sul retro alcune in italiano, altre in croato, altre ancora in tedesco e in ungherese.

Solo a guardare la cartoline, tutto il mondo mitteleuropeo ci sfila davanti con le sue notizie personali, o di licenza militare, o sempli­cemente di saluti da un'escursione.

Ci sono pure tanti libri, una parte scritta in tedesco in caratteri gotici, un'edizione toscana del libro di Jules Verne: " II Dott. Voss". L'ho sfogliato, mi sarebbe piaciuto comprarlo, ma poi sono stata attirata da alcune pubblicazioni d'epoca sul Tommaseo e del Tom­maseo, che poi ho acquistato e di cui parlerò più avanti.

In linea generale, Zara è migliorata in questi ultimissimi anni; mi pare più vivace di gente, tantissimi turisti, catene internazionali hanno aperto i loro negozi, c'è più roba nelle vetrine, sono spariti dai negozi gli striscioni in bella vista all'interno delle vetrine, inneg­gianti a Gotovina.

Nel tardo pomeriggio si fa ritorno a bordo, s'è alzata una lievissi­ma brezza che smorza almeno un po' il forte calore.

La nave riparte navigando durante la notte, alla volta di Spalato, dove attracchiamo verso le sette del mattino. Qua, la temperatura raggiunge i 36°, non si vede muoversi una foglia. Scendiamo rag­giungendo la guida di lingua inglese, per visitare la meta principale che è naturalmente, il Palazzo di Diocleziano.

Sono impressionanti le proporzioni del Paiano, che racchiude entro le sue mura buona parte della città; solo questa visita vale la pena di un viaggio a Spalato.

La parte inferiore del Paiano, archeologicamente ricca, è stata ricuperata alla vista dei visitatori, che sono sempre numerosissimi, la parte superiore offre svariati spunti architettonici, storici, ed ha un aspetto spettacolare. A prima vista, l'impressione è profonda ed è appena immaginabile come doveva essere all'origine, questo complesso.

Oltre al Paiano, Spalato ha una piacevole passeggiata lungo il mare con belle case d'epoca, e assomiglia vagamente a Trieste. Ci dirigiamo verso la piccola Chiesa linda di S.Antonio, poi entriamo nella pescheria che, anch'essa in piccolo, ricorda molto quella che c'era a Trieste: pesce vivo, polipi, granchi, e squisite sardelle sotto sale. Si starebbe volentieri lì, solo a guardare la gente che compra e i venditori dai visi abbronzati; i più anziani sono segnati da rughe profonde come figure scolpite nel legno.

La nave pero è in procinto di salpare verso Curzola, dove si arriva attorno alle cinque e mezza del pomeriggio. La vista si offre superba sin da quando la nave attracca in porto; oltre la Porta della Torre Gran Revelin, le strade, i negozietti,sono affollati di turisti così come i ristorantini lungo il mare, i locali. Sullo spiazzo antistante il mare, un mercato coloratissimo di frutta e verdura accoglie i viag­giatori.

 

L'acqua è trasparente come il cristallo, si può distinguere ad occhio nudo ogni particolare del fondo, il colore, azzurrissimo. Si comprende come questo luogo sia preso d'assalto dai turisti.

Anche Curzola, in fatto di architettura ed opere d'arte, non scherza, è come uno scrigno di pietra finemente scolpito. La Cattedrale di San Marco ed il suo interno sono un gioiello, affacciata sulla piazza principale.

Ci vuole del tempo per ammirare tanti capolavori, ad iniziare dal Portale della Cattedrale, del '400, opera di Bonino da Milano, sull'altar maggiore si trova il quadro di Jacopo Tintoretto, raffigu­rante S.Marco, S. Girolamo e S.Bartolomeo, commissionato attor­no al 1550 dai rappresentanti del Capitolo e del Gran Consiglio di Curzola. Il quadro è talmente bello ed i colori sono così vividi, che i santi sembrano in rilievo. Il campanile ospita quattro campane intonate sul la bemolle maggiore, acquistate a Venezia nel 1923.

 

Il soffitto della navata principale venne costruito da maestri na­vali e ricorda la chiglia di una nave: è una consuetudine che ho visto anche in Francia, a Marsiglia e in Normandia.

Di fronte alla Cattedrale c'è il Palazzo Gabrielis, appartenente, agli inizi del sec. XVI, all'omonima famiglia benestante; ora vi è ospitato il Museo Civico, non meno interessante di quello della Tesoreria, perché vi si trovano testimonianze sulla vita artigianale e, in particolare, sulla fiorente attività di lavorazione della pietra per cui i Curzolani erano famosi nel Mediterraneo, costruzioni navali, nonché arredi, abiti, quadri, un'antica cucina con mobilia ed og­getti originali.

Vicino alla Cattedrale, si trova una cappella votiva dedicata alla Madonna della Neve e a S.Bartolo dopo la battaglia del 1483 e del 1571, quando venne sconfitto il Vicerè d'Algeria, Uluz-Ali.

L'attacco turco ebbe luogo proprio nel giorno dell'Assunzione, il 15 di agosto, ma tutti gli abitanti si radunarono in preghiera a difesa della città, e così si levò una forte bora, le navi turche croc­chiarono le une contro le altre e si ritirarono verso Vigan, dall'altra parte del canale.

 

A Curzola ci sono testimonianze artistiche e storiche che richie­derebbero dettagliate descrizioni, ma voglio solo qui ricordare le collezioni del Tesoro Abbaziale di San Marco, con pregevoli dipinti di Carpaccio, Bellini, Palma, Tiepolo, altri attribuiti alla scuola del Tiziano e le icone della Confraternita d'Ognissanti.

I paesetti dell'interno sono pittoreschi, verdeggianti, dall'alto si può ammirare uno spettacoloso panorama del mare e della peni­sola di Sabbioncello. Il terreno è verde scuro fino alla costa, con aree più pietrose; si vedono alberi di alto fusto, cespugli mediterra­nei, erbe aromatiche e medicinali che profumano l'aria.

Curzola produce la maggior parte di olio della Croazia e anche del buon vino. Uno dei problemi della regione era quello dell'acqua perché non ci sono sorgenti, ma negli anni Ottanta è stato costru­ito un acquedotto che ha iniziato a convogliare, dalla Bosnia, le acque del fiume Narenta (Neretva).

 

Da Curzola, ci si dirige verso Ragusa, in navigazione notturna. Il panorama dalla nave alla luce del giorno è suggestivo, un trionfo di colori mediterranei. La nave sosta in un'area del porto dalla quale si accede verso il centro con un bus o con un taxi, se non si vuole camminare in salita sotto il sole cocente.

Nonostante abbia più volte visitato Ragusa, mi piace ritornare a vedere l'interno delle chiese e il complesso che racchiude il con­vento dei Frati Minori.

Al suo interno, tutta la confusione dello "Stradùn" sparisce, il chiostro è rasserenante e anche stavolta ho volentieri rivisto l'An­tica Farmacia; c'è sempre qualche particolare prima sfuggito, da osservare, qualche quadro da esaminare con più calma. Per Ragusa, rappresenta una grande ricchezza museale, assieme alle chiese.

Sullo "Stradùn", l'afflusso della gente si riversa disordinato, molti si accalcano nei negozietti di ricordi e nel minuscolo negozio di candele, rinomate per la loro forma ed i colori vivaci.

La libreria è stata finalmente rifornita di libri internazionali, in in­glese, francese e tedesco, prima era squallida, con poche opere e non invogliava a soffermarvisi a guardare i libri. Oltretutto, la mag­gior parte dei turisti non comprende il croato.

Ritorniamo a bordo con un taxi per non soccombere al calore del sole. Oggi la giornata sarà lunghissima: tutti vogliamo vedere il panorama quando la nave lascerà Ragusa e naturalmente, essere pronti in vedetta la mattina dopo, quando s'incomincerà a navigare verso le Bocche di Cattaro.

Infatti, aspettiamo la mezzanotte per guardare le luci di Ragusa che si allontanano lentamente, in Dalmazia ci sono tante rondini e le sentiamo garrire anche nel buio della sera.

Attorno alle otto del mattino successivo, la maggior parte dei viaggiatori è accalcata sui ponti superiori pronti con macchine fo­tografiche e videocamere. Si comincia a scorgere distintamente la costa che porta alle Bocche di Cattaro. La riviera del Montenegro è divisa in quattro regioni: Bocca di Cattaro (Boka Kotorska), Budvaj Bar (Antivari) e Ulcinj.

 

La visione delle anse, percorse lentamente dalla nave fino al por­to di Cattaro, è assolutamente impagabile; il golfo di Cattaro è di sicuro il fiordo più profondo e pittoresco del Mediterraneo. In pros­simità di Verige, il fiordo si restringe offrendo una vista, se possibile, ancora più spettacolosa.

Dicono che in tempi antichi, là tendevano delle catene ("verige") quando si voleva impedire ai nemici l'entrata a Cattaro.

Lungo le coste del fiordo, abbondanti di vegetazione sino al mare, si vedono i paesi: Perasto, in primo luogo, con il campani­le svettante. L'impresssione è di ordine e di lindore, diverse case sono nuove o ristrutturate. Perasto si trova proprio di fronte all'in­gresso del golfo Boka e della stretta di Verige di cui è sempre stata una sua prima guardia. Sulla collina sopra il borgo aveva un ruolo importante allo scopo la fortezza di Santa Croce (Sveti Kriz).

Ebbe una grande importanza durante la lotta contro i Turchi ma dette pure del filo da torcere alla Francia napoleonica ed era patria di abilissimi navigatori. Ora Perasto ha soprattutto un rilevante in­teresse culturale.

Di fronte a Perasto si trovano due isole immote nello spazio e nel tempo: una ospita la Madonna della Roccia o dello Scoglio, isola che si è formata nel corso dei secoli artificialmente e ancora oggi si è mantenuta la consuetudine di buttare nell'acqua, in prossimità dello scoglio, sassi e pezzi di vecchie barche. La chiesa barocca è stata costruita nel XVII sec. È stata dipinta dal pittore Tripo Ko­kolja.

Tra i tesori ivi contenuti, ci sono circa duemila placche d'argen­to offerte dai naviganti quali ex voto in ringraziamento di essere scampati alle tempeste.

L'altra è la cosiddetta "Isola dei Morti", un tempo forse cimitero dei Perastini. Quest'ultima è il soggetto dell'omonimo quadro del Boeckling, famoso perché era uno dei preferiti di Hitler che se lo teneva nella Cancelleria. Oggi è conservato a Berlino e l'ho visto esposto a Parigi, al Grand Palais, durante la Mostra sulla Malinconia, nel 2005.

 

Contrariamente al tema lugubre, il quadro visto da vicino, ha colori caldi per un'ispirazione così deprimente; dev'essere stato dipinto in autunno perché si notano le foglie rampicanti rossastre sulla pietra bianca.

Una visita di Cattaro sarebbe incompleta senza salire fino a Cet­tigne. Si sale dunque con il bus lungo la tortuosa strada a strette serpentine, fino al Parco naturale del Lovcen, all'altezza di 1200 metri. Su questo percorso la bravura degli autisti è messa a dura prova se s'incrocia un veicolo in senso contrario, non resta altra manovra che in retromarcia. Ho visto qualche auto e qualche ca­mion arrugginiti, precipitati nei dirupi circostanti e irricuperabili. Si può notare, in lontananza, la vecchia strada estremamente imper­via, su per la montagna che portava a Cettigne e che si doveva percorrere a piedi con i fardelli sulla schiena, con cavalli o asini e con il materiale occorrente alle costruzioni ed al vivere quotidiano.

Nel paesetto di Negusj è prevista una sosta per assaggiare il pro­sciutto affumicato e il formaggio locali, nonché il vino: buono, come il pane casereccio. Sono prodotti tipici di cui gli abitanti vanno fieri.

 

Si prosegue poi fino a Cettigne, l'antica capitale montenegrina fondata nel 1482 ai piedi del monte Orlov krs (Adlerstein). Non c'è tanto da vedere, si gira nelle vie più centrali, si guarda ciò che è rimasto degli edifici storici trasformati in ambasciate ed edifici governativi.

Si visita il palazzo di re Nicola, trasformato in Museo, era la resi­denza della casata Petrovic dalla quale discendeva Elena, la regina d'Italia.

A tale proposito, si vede in una delle sale, un magnifico e grande mosaico in oro e porcellana, fatto in Italia e raffigurante la regina, c'è pure un bel quadro dove si vede il re Vittorio Emanuele con la regina Elena e i quattro figli, tra cui Umberto, il futuro e ultimo re d'Italia.

La residenza contiene molte cose di pregio, armi storiche, ban­diere vinte ai turchi in battaglia, armi da caccia, onorificenze di tutte le parti d'Europa, uniformi e costumi tipici, porcellane e cristalli tra cui una stupenda "alzata" di Murano, dono dell'Italia, e poi tanti cri­stalli originali di Boemia. Ci sono inoltre molti ritratti sia di regnanti che paesaggi, vedute napoletane, un grazioso salottino costellato di ritratti femminili.

Tutto storicamente molto interessante, però una dimora del ge‑

nere e con quel tipo di arredamento ricco, ma non particolarmen­te lussuoso, si poteva trovare in Europa all'epoca, nelle famiglie dell'alta borghesia.

 

Penso alla difficoltà di raggiungere Cettigne nei tempi andati e al fatto che doveva essere forzatamente isolata dal resto del mondo e anche dai movimenti culturali europei.

Tutta la venerazione è riservata alla figura del principe – vescovo Negus, il principale organizzatore dello stato montenegrino, e alla dinastia Petrovic; l'orgoglio nazionale è vivo, ovunque sono espo­ste le bandiere del Montenegro, indipendente da poco tempo.

 

A Cattaro, la Cattedrale intitolata a S.Trifone, è, a mio parere, la più bella della Dalmazia, al secondo posto metto quella di Curzola. C'è tanto da ammirare, sia nell'architettura esterna che nei teso­ri d'arte che si trovano all'interno, oltre ad una preziosa cappella reliquiaria.

È una "summa" artistica di pittura, scultura, oreficeria, architet­tura. Paesaggisticamente, la Cattedrale si staglia sullo sfondo di rocce e di vegetazione mediterranea che formano una scenografia forse unica al mondo.

In città si trova un Museo Marittimo, anch'esso meritevole di una visita senza fretta. È un peccato che non ci siano pubblicazioni o cataloghi su questo museo.

 

Vi sono conservati gli stemmi delle principali famiglie bocchesi, diversi quadri di navi, risalenti al '700; molti con la scritta in ita­liano e in veneto, che spiegano battaglie e naufragi, poi ritratti di capitani, oggetti di misurazione marittima, reperti marittimi, una quadro di Gopcevich, dall'aria un po' "dandy", foto della prima e della seconda guerra mondiale, costumi d'epoca, documenti, onorificenze.

Tutto vale la pena di essere osservato con attenzione, l'esposi­zione rivela un certo gusto nei dettagli e nella disposizione.

Nonostante la terribile calura (circa 40°), non ci perdiamo uno sguardo al mercato all'aperto di Cattaro, sotto una loggia su una parete della quale c'è il Leone Veneziano più bello e meglio con­servato che abbia visto in giro per Istria e Dalmazia.

I banchi vendono frutta, pesce fresco, prosciutto crudo ottimo, formaggi, sardelle sotto sale e altro. Sotto gli archi svolazzano nu­merosissime rondini.

Nel centro della città c'è un bel Caffè, il "Cesare" dall'interno om­broso, l'aspetto interno è stato mantenuto antiquato, poltroncine e mobili sembrano usciti da un film degli anni Trenta. È il tipico caffè di una città europea tra le due guerre, dove i clienti se ne stavano ore in silenzio a leggere i giornali internazionali.

Ripartendo da Cattaro, all'imbrunire, seguiamo nuovamente il percorso lungo le anse, fino allo sbocco in mare aperto. Il porto successivo non ha niente di pittoresco, si tratta del porto di Ploce, costruito negli anni Trenta, come "porto di servizio"; il luogo infatti non è attraente ma è da là che partiremo per l'escursione verso la Bosnia Erzegovina, a Mostar.

Il percorso da Ploce a Mostar non è tanto lungo però il traffico è intenso e, anche i controlli alla frontiera sono meticolosi. Fa caldis­simo, l'aria è più secca.

Visitiamo la città vecchia, iniziando dalla Moschea di Tabacic; venne costruita poco prima del '600 e vi pregavano i cuoiai e gli addetti alla lavorazione delle pelli. L'interno è piuttosto povero, le pareti sono dipinte a tralci d'uva e alberi, i tappeti sono modesti: siamo lontani dallo sfarzo delle Moschee arabe.

Un'altra tappa è presso la cosiddetta "Casa Turca", una costru­zione risalente al 1635, che ha mantenuto al suo interno gli arredi originali in ogni stanza, gli oggetti di uso comune. La custode della casa ci offre da bere una gradevole bevanda fresca al gusto di rosa e limone.

Ci si inoltra lungo le strette vie lastricate di ciotoli di fiume, sco­modi per camminare; ai lati si susseguono negozietti di ricordi, soprammobili, pellami, liquori, ristorantini; zingarelli chiedono la­mentosamente l'elemosina.

 

Ci sono moltissimi turisti che si fermano ad osservare ed a fotogra­fare, a comprare. Ad un caffè stanno seduti due soldati marocchini delle forze internazionali e controllano per precauzione il via – vai della gente.

Percorriamo il famoso ponticello sulla Narenta, diventato celebre suo malgrado, in seguito alla guerra tra il 1992 e il 1995; è stato ricostruito ma non completamente, i lati sono ap­pena protetti da due profilati di ferro, arroventati dal sole. Certo, il paesag­gio è molto suggestivo: i colori del fiume, della vegetazione, e il ponte arcuato che separa le due rive dove si stagliano i minareti.

Alla storia del ponte ed alla sua ricostruzione è dedicato un museo (Museo del Ponte Vecchio) con il bel­vedere situato nel complesso della Torre di Tara, sulla sponda sinistra della Narenta.

L'originaria costruzione del ponte venne ordinata da Sulei­man il Magnifico e realizzata da Mimar Hajrudin secondo il pro­getto dell'architetto turco Koca Mimar Sinan, dal 1557 al 1566.

Qua e là, sulla facciata di qual­che edifico in disarmo, si vedo­no ancora i colpi delle granate. Sono luoghi emblematici e pure enigmatici, che danno l'impres­sione di una situazione non an­cora ben definita: musulmani, croati, bosniaci, ognuno se ne sta per conto proprio, in appa­rente tranquillità e noncuranza di quello che fa l'altro.

Fervono costruzioni nella par­te nuova, in cui il "divenire" di questa regione risalta più tangi­bile, e Mostar è certamente una tra le più interessanti città del Mediterraneo, da visitare.

Al rientro a bordo e in viaggio su per l'Adriatico verso casa, mi sbizzarrisco a guardare con calma le scartoffie che raccolgo in ogni viaggio, e se è roba vecchia, tanto meglio.

Questa volta sono stata fortunata perché, come ho accennato all'inizio, ho trovato al mercatino dell'antiquariato di Zara pubbli­cazioni riguardanti il Tommaseo, ed è inutile aggiungere che me le sono comprate e lette con curiosità.

 

In particolare, nel 1924, in occasione del cinquantenario del­la morte di Niccolò Tommaseo, stampato dalla Tipografia E.De. Schoenfeld di Zara, venne edito un libro che raccoglie scritti di autori diversi sulla vita e sulle opere di Tommaseo.

II volume commemorativo si apre con il discorso che tenne II­debrando Tacconi al Teatro Verdi di Zara, analizzando la sensibilità psicologica e poetica del letterato dalmata e il suo amore per la Dalmazia.

Enrico Aubel firma un articolo sulla poesia del Tommaseo, che sin da giovane costituiva una delle sue massime aspirazioni, come scriveva scherzosamente all'amico Capponi:

 

" Sparar canzoni e sguainar sonetti

Tender cantate e saffiche brandire,

Tragedie ordire e tramar poemetti…"

 

In realtà poi, egli scrisse le migliori poesie pervaso dalla nostalgia della patria lontana e dall'amore per l'animo femminile.

L'Articolo: " Niccolò Tommaseo, l'Antologia e la Voce della ve­rità" di Arturo Linacher (Firenze), prende in esame i contributi del dalmata all' "Antologia" ed alle diatribe degli scrittori della "Voce della Verità" di Modena contro il Viesseux e gli antologisti, procla­mando la sua calorosa amicizia a questi ultimi.

Scritto a Roma, "nella Settimana Santa 1924" da Maria Elena Casella, "L'Esilio" ripercorre le principali tappe del periodo in cui il letterato si trovava a Parigi e poi a Corfù.

"Il più grande dei Dalmati, Niccolò Tommaseo Poeta" è firma­to da Antonio Cippico (Roma, 1915), il quale sintetizza il segreto dell'arte tommaseiana in poche righe che il poeta indirizzò all'ami­co di sempre, Capponi: "lo non so veramente che cosa sia la poe­sia, né mai ho appreso a distinguere la poesia dalla prosa, e morirò con la voglia".

Un'interessante testimonianza riguarda "L'aspetto giuridico del pensiero di Niccolò Tommaseo" di Giuseppe Chiarelli.

Ci si dimentica che Tommaseo aveva studiato diritto a Padova, sotto la guida di Sebastiano Telan, anche se non si potrebbe certo definirlo un giurista in senso stretto: "A considerare la sua figura" – scrive Chiarelli — "sotto l'aspetto giuridico, Egli potrebbe a prima vista sembrare un romantico del diritto; ma la definizione non sa­rebbe esatta, poiché giova tener conto del metodo positivo che lo spinse a entrare in questo campo non suo. Egli partì dall'osserva­zione di fatti del suo tempo, e perciò non gli si può fare l'appunto, che a tanti scrittori brevettati di materia filosofico — giuridica si ad­debita, di mettere insieme concetti meramente dottrinali; di essere, direbbe Giovanni Papini, infilaparole".

 

Giambattista Vico è la personalità da cui Tommaseo trasse la maggior parte del suo impianto giuridico, ed era manifestamente schierato assieme al Beccarla, contro la pena di morte.

L' Aw. Pasquale A.Gallero (Napoli, 1924), scrive una comme­morazione ricordando un episodio della vita del letterato "che de­sta profonda ammirazione e va ricordato, vale come esempio di correttezza e disinteresse forse difficile ad imitarsi. Chiamato dal Governo italiano a presiedere la Giunta Superiore della Pubblica Istruzione per un concorso, in cui ebbe ad esaminare circa 400 scritti, egli disimpegnò il delicato compito con scrupolosa cura: ma quando il Ministero per tale opera, da lui compiuta assieme ad altri sei commissari, gli assegnò l'indennità di lire mille (che poteva considerarsi a quel tempo una somma non disprezzabile) egli la destinò a beneficio dell'Istituto Casanova già fiorente in Napoli per le scuole industriali".

Di un altro ricordo é autore Antonio Zardo, il quale auspica che tutta l'opera tommaseiana venga opportunamente messa in giusta luce.

 

Ferdinando Pasini scrive nel 1922 " II Tommaseo d'Oggi", ten­tando forzatamente di dimostrare come l'avvento del fascismo al governo corrisponda agli indirizzi di vita del Tommaseo: "(….) attra­verso l'applicazione degli studi tommaseiani ai bisogni del nostro tempo".

Viene quindi proposto un articolo di Vitaliano Brunelli: "La 'men­talità slava' di N.Tommaseo ?", il quale afferma che l'opuscolo "Scintille" del poeta dalmato, non fu opera sua in versione slava ma del suo concittadino serbo Popovich, fatta per legare a Vene­zia i Serbi durante e dopo i moti del 1849. Per questa amicizia col Tommaseo, Popovich sofferse persecuzioni poliziesche di cui si trovano negli archivi prove scritte.

Un lungo omaggio su "Niccolò Tommaseo nella Politica" è di Oscar Randi. Gli spunti, com'é comprensibile, sono numerosissimi e spaziano attraverso tutte le esperienze politiche e di esilio del dal­mato. Parlando del suo temperamento, nota: "La nascita, la fami­glia e l'ambiente di Sebenico e di Spalato impressero nell'animo e nel carattere di Tommaseo quella particolare impronta di asprezza, di ritrosia, di eccitabilità, di eccessività nei pensieri e nelle azioni, in contrasto con la bontà e la fermezza, che, accresciuta dall'influsso del clima, costituì spesso la bizzarria dello spirito dei Dalmati".

"Degli svariatissimi campi nei quali Niccolò Tommaseo esercitò le magnifiche energie della mente, non ultimo, certo, ha da essere riguardato il campo del tradurre, poiché anche in esso egli manife­sta idee nuove e potenti e in esso affronta e, per conto suo, risolve problemi intorno ai quali i moderni teorici dell'estetica si affannano ancora": così inizia il suo articolo intitolato "Niccolò Tommaseo tra­duttore" Giuseppe Praga, rilevando come il poeta era molto dota­to nell'apprendimento delle lingue straniere sin da giovanissimo, e come egli considerasse queste sue capacità una mediazione di culture, un mezzo per affratellare i popoli.

Conclude questo libro il testo di una conferenza di Ernesto Bon­massar: "La Patria e la Donna nei Canti del Tommaseo": ambedue sentimenti forti nella vita del Tommaseo che, verso l'animo femmi­nile dimostrò grande levità e sensibilità, pur lasciando trapelare il contrasto tra la purezza dell'ispirazione e la carnalità naturale del suo essere.

 

Un altro libro più scarno, stampato a Trieste nel 1874 dalla Tipo­grafia del Lloyd Austro – Ungarico, per cura della Colonia Dalmata di Trieste, raccoglie tutte le testimonianze di cordoglio in occasione della scomparsa del Tommaseo.

Vi troviamo discorsi d'occasione di intellettuali e personalità trie­stini, con dotte citazioni tommaseiane, epigrafi in italiano, latino, greco, croato, serbo, poesie, telegrammi, lettere di ringraziamento di Caterina e Girolamo Tommaseo.

 

Il Prof. Pietro Pagani, presidente del Comitato per le onoranze, sottolineò nel suo discorso alla Società di Minerva che "il Tomma­seo amava Trieste per le virtù che vi fioriscono in copia; in Trieste ebbe amici sinceri, carissimi; in Trieste trovò pronta, generosa ri­sposta a caritatevoli appelli; di Trieste cantò in versi che dureranno immortali. Ed io credo che se la morte non lo avesse sorpreso insidiosa e non gli avesse troncato d'un subito l'uso della loquela; io credo che negli estremi saluti alla terra le moribonde sue labbra avrebbero fra i nomi più cari mormorato pur quello della sua cara Trieste."

I "caritatevoli appelli" a cui si riferisce il Pagani, sono quelli che, in seguito ad una grave carestia nel 1847 a Sebenico, il Tomma­seo rivolse accoratamente ai triestini, che si concludeva con le parole: "Allo Slavo ed al Greco, all'Israelita e all'Armeno, all'Ita­liano ed all'Oltramontano, io domando I' elemosina in nome dè miei concittadini affamati: e, come d'ottenuta già, ringrazio e be­nedico".

Trieste rispose allora generosamente con una sottoscrizione di 2000 fiorini, e Tommaseo ne fu profondamente grato.

Interessante è pure un libro stampato a Zara nel 1879 dall'edi­tore – tipografo Spiridione Artale, intitolato: "Delle Benemerenze di Niccolò Tommaseo verso la patria", che raccoglie testimonianze di ricordo in occasione dei primi quattro anni di anniversario della scomparsa del Tommaseo, con lettere rievocative di Paolo Mazzo­leni (il fratello del celebre tenore Francesco Mazzoleni) ad Antonio Semonich, vicepresidente del comitato per il monumento da eri­gersi al poeta a Sebenico, ed a suo fratello Francesco.

Le lettere parlano di personaggi come il letterato Emilio de Ti­paldo e il botanico Roberto De Visiani, entrambi amici fraterni di Tommaseo ma oggi sommersi dall'oblio.

Emilio de Tipaldo era di origine greca, letterato di valore e legato da fraterna amicizia al Tommaseo, tanto che il poeta gli raccoman­dò i propri figli.

Roberto de Visiani, anch'egli originario di Sebenico, fu un gran­de botanico di statura internazionale, invitato dall'arciduca Mas­similiano a studiare il clima e la vegetazione dell'isola di Lacroma, studi che pubblicò nel 1863. È opera sua la "Flora Dalmatica" in tre volumi, iniziata a pubblicare nel 1842 a Lipsia e conclusa nel 1852, per la quale "gli era serbato il privilegio, forse unico, che una testa coronata, il re di Sassonia, gli rivedesse le bozze".

Ho trovato infine un curioso fascicolo scritto dal Tommaseo: "Il Mozambano e Sebenico, Italia e Dalmazia", stampato a Firenze da Federigo Bencini nel 1869.

Prendendo lo spunto da un articolo apparso in quell'anno sul giornale di Zara, Tommaseo pone l'accento su un aspetto di incivile intolleranza verso marinai italiani di servizio a bordo della "pirocor­vetta di terz'ordine Mozambano", in sosta al porto di Sebenico.

Per farla breve, alcuni marinai italiani sostavano in una trattoria locale e, usciti alla fine del pasto, vennero assaliti da una masnada di contadini. I marinai tentarono di rifugiarsi nuovamente nell'oste­ria, ma si trovarono le porte sprangate ed erano disarmati, ne uscì un tafferuglio generale nel quale anche gendarmi vennero feriti e i marinai dovettero nascondersi e imbarcarsi a notte inoltrata, quando l'atmosfera sembrava calmata. La nave salpò la mattina dopo, gettando l'ancora fuori dal canale di Sebenico, tra Povicchio e Vodizze.

Sembra strano che Tommaseo impugni la penna per la pirocor­vetta Mozambano. ma evidentemente tutto ciò – come si deduce dall'intervento – è ulteriore dimostrazione di uno stato di malessere socio – politico a lungo latente a Sebenico e pronto a sfociare in manifestazioni violente ad ogni pretesto, così come di rapporti spi­nosi tra italiani e croati nella cittadina.

Questo breve scritto del Tommaseo è elegante, colto secon­do la sua abitudine ed educazione, ma come invece poi i tempi seguenti hanno dimostrato e riletto nell'ottica attuale, resta sola­mente una voce del tempo, una testimonianza storica remota e cristallizzata.

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